sabato 22 ottobre 2016

Decalogo del manifesto del movimento berlusconiano.



Articolo I.

Noi crediamo che la vita sia intrinsecamente e moralmente costituita dall'esperienza. E che sia, e ne consegua, intrinsecamente legata al piacere e al dolore. Così che questi si possano dire, oggettivamente e naturalmente, i metri di giudizio dell'esperienza.

comma all'art. I

Noi crediamo, vale a dire, che si possa definire "naturale", o "giusto", o "secondo natura", cioè che è tale soggettivamente. Che dal momento in cui qualunque forma di espressione, sia in entrata sia in uscita, è alterata e deformata dall'individualità, la questione della vera natura delle cose si rende spuria e perde di significato. Non che i gradi di corruzione non esistano. Non crediamo che ogni montagna o abisso siano ugualmente alti o profondi. Solo che, in termini assoluti, è impossibile rimanere incorruttibili. In questo senso affermiamo con vigore la nostra fede nell'importanza dell'esperienza.

comma secondo all'art. I

Conversamente crediamo, consapevoli di non poter mai avere una risposta sicura alla nostra fede, che esista una reale e oggettiva natura delle cose. Che esista anche una verità intrinseca, e una risposta precisa ed esaustiva a tutti i quesiti fondamentali della filosofia. Ma crediamo che questa risposta, se conoscibile, non sarebbe mai comunicabile, perché nella comunicazione verrebbe mediata, e mediandosi perderebbe interamente il suo significato.

Articolo II

Stabilita quindi l'esperienza, e la consistenza dell'idea di "giusto", e di "sbagliato", noi crediamo che giusto sia l'accumulo, lo sforzo verso la collezione dell'esperienza, e sbagliato sia il suo contrario. Ugualmente crediamo che, perché la raccolta di esperienza sia soddisfacente, essa deve contenere, in misura considerevole, ciò che chiamiamo piacere.

comma all'art. II

Definiamo piacere come ciò che è soggettivamente gradito al soggetto dell'esperienza.

comma secondo all'art II

La brevità del comma I non è casuale, e dovrebbe venire considerata. Esso non include casistica né eccezioni, e in questo crediamo.

comma terzo all'art II

Crediamo, cioè, che la ricerca del piacere sia moralmente auto-giustificata, e che essa abbia il diritto/dovere di prevaricare la libertà altrui. Non siamo contrari al rispetto della legge, ma non fingiamo di trovarla giusta. La legge è una sovrastruttura, e un binario. All'interno di essa ci troviamo come in autostrada, e molto del piacere sarà su di essa, indubbiamente, ma molto altro si trova e si troverebbe qualche metro oltre il guard-rail. 

Articolo III

Qualora la ricerca del piacere sia ostacolata, nei mezzi e nelle misure della giustizia o dell'ingiustizia, la prevaricazione sarà probabile e naturale. All'interno o all'esterno della legge a seconda dei casi. 

Articolo IV

L'edonismo è un umanismo.

Articolo V

"Il peso delle conseguenze", è un costrutto sociale.

comma all'art V

Crediamo in maniera coscienziosa e prudente all'idea di costrutto sociale. E che debbano esserci argomentazioni forti per reputare un credo, una convinzione preesistente, un costrutto sociale. 

comma secondo all'art V

Ma in questo caso siamo sicuri. Le conseguenze sono temporanee, come tutto, e il loro tempo è breve. Le conseguenze non esistono alla stessa maniera in cui non esistono i periodi o le età della vita.

Articolo VI

Anche la depravazione, o la morale, sono costrutti sociali.

Articolo VII

Spiritualità e interiorità sono scelte. Alla stregua del colore dei propri vestiti. Non portano o sottraggono valore.

Articolo VIII

La lotta umanitaria è per la diffusione del piacere. Per la sua liberalizzazione. Per la sua accettazione.

Articolo IX

La scelta più efficace e diretta, ci sembra, per la diffusione del piacere, è la lotta politica. 

comma all'art IX

La diffusione del piacere non solo nella popolazione, ma direttamente in chi pratica l'attività politica.

comma secondo all'art IX

Non vi è fine alla lotta politica, così come non vi è fine alla ricerca del piacere.

comma terzo all'art IX

La lotta politica è causa di piacere. Se non lo è, va abbandonata.

comma quarto all'art IX

Ogni atto di amore politico è un atto di amore per se stessi.

comma quinto all'art IX

"L'Ètat c'est moi!" non è una pretesa, è una necessità.

Articolo X

I rumori e i sofismi svaniranno a un tempo. Tutto sarà calmo. Nei ricordi un consumo, e la carne. Il cibo e il vino. Il sonno. Il successo. Nei ricordi ci sarà un solo colore. Ciò che è stato è stato piacere, e il resto non è. C'è chi nasce per servire la legge, e non troverà mai sollievo. C'è chi nasce per fare la legge, e la propria soddisfazione sarà misera e fondata nel flagellare gli altri. E c'è chi nasce per stare sopra la legge, e saprà portare a compimento la necessità universale della ricerca dell'esperienza.



















sabato 8 ottobre 2016

Il reddito di cittadinanza, ovvero l'argomento che tuo zio Carlo continua a ritirare fuori, dopo mezza bottiglia di grappa, a ogni pranzo di Natale.

Il reddito di cittadinanza è indiscutibile, in Italia, perché è stato proposto da un partito polarizzante, e quindi se si è a favore si è stronzi e se si è contrari si è stronzi uguale.

Per cui da questo momento in poi mi riferirò a esso con il nome di Basic Income, o b.i, nella speranza o l'illusione che sembri meglio.

Tanto per cominciare diamo una bella definizione: che cos'è il b.i.? Il b.i. è una teoria economico sociale secondo cui è responsabilità diretta di uno Stato garantire la sopravvivenza e delle condizioni di vita dignitose ai suoi cittadini, a ciascuno di essi. Per raggiungere questo obbiettivo, il metodo più efficace concepito finora (o quantomeno il più pratico) è stato quello di garantire una mensilità a chi non ha reddito o patrimonio proprio.

Fino a qui tutto bene. Forse. Sento le urla disperate dei liberali di tutto il mondo fin dal terrazzo di casa mia.

Le radici del b.i. si possono far risalire fino ai tempi della rivoluzione francese, o almeno questo sostiene wikipedia, così come si sono spesi sul tema un gran numero di autori, come di nuovo suggerisce wikipedia.

La domanda fondamentale è sempre la stessa però, al di là della sua sostenibilità economica: il b.i, è giusto?

È davvero responsabilità dello stato fare sì che tu non muoia di fame o di freddo e che non ti manchino i soldi per vestirti?


Partiamo da una premessa: a me lo Stato piace.

È difficile ammetterlo, lo so, e forse è solo perché non mi ha ancora dato abbastanza problemi, ma mi piace. Nonostante i comuni chiudano a mezzogiorno ed è già tanto che facciano i weekend, nonostante le poste abbiano tempi biblici, nonostante i ministeri espropriano e fanno prelazioni e pagano poco e quando gli pare; nonostante farsi fare un documento è un'impresa. Nonostante tutto, lo Stato mi piace.

Mi piace l'idea che ci sia qualcosa di più grande di ognuno di noi che regge e governa e regola.

Il fatto è che se hai mai pensato "ecco, guarda lo Stato che pensa di sapere meglio di me come si deve fare [cosa legata al tuo lavoro]", probabilmente sei fuori dal target dello Stato. Ne sei una vittima. Ma sei nella minoranza.

Per citare mio padre: "Giulio, lo capirai crescendo, l'umanità è essenzialmente composta da una massa di coglioni". E approfittando dello stratagemma per riversare - una volta tanto - le accuse di essere uno stronzetto pretenzioso su qualcun altro, ecco spiegato qual è il target dello Stato.

La massa di coglioni.

Il blog è mio e posso essere edgy quanto voglio, gnè gnè gnè

Sono ovunque attorno a te.

Persone che non saprebbero gli ingredienti di pane e nutella se non potessero guardare la ricetta.

Persone che confondono "la realtà è questa", con "sento che la realtà sia questa".

Persone che non sanno, nella maniera più assoluta, come perseguire il proprio stesso bene.

Persone che hanno votato e avrebbero continuato a votare Berlusconi perché "eh, almeno con lui le tasse erano scese".

Senza direzione, senza prospettiva a lungo termine (che almeno nei vecchi è giustificata, nei quarantenni no). 

Loro. Loro sono l'umanità, e Dio ce ne scampi se non hanno bisogno di uno Stato non con due coglioni, con duecento.

Perché ci sono loro da un lato della barricata, e dall'altro ci sono multinazionali con team di marketing a tre cifre nel personale, con stormi di avvocati com'esuli pensieri nel vespero denunciar.

Ci sono loro e c'è un piccolo esercito delle menti più feroci, aggressive e crudelmente geniali che l'economia riesca a sfornare, il cui unico scopo è massimizzare il proprio profitto a scapito di tutto il resto.

Mi rendo conto di aver dato un po' un tono apocalittico al tutto, ma la realtà non è molto diversa - la crudeltà non si vede perché ha cambiato continente (per la maggior parte), e ne godiamo dei benefici.

La differenza fra me e quei ragazzi che rifilano lotta comunista fuori dai licei è che io sono perfettamente ok con il beneficiarne.

Ma se la sofferenza si è spostata è merito dello Stato. E lo Stato è l'unica garanzia che non ritorni.

In cambio abbiamo avuto la disoccupazione e una percentuale di tassazione che tende sempre più alle tre cifre.

Un brutto compromesso, ma un compromesso che ho l'impressione sceglieremmo ogni giorno se avessimo sperimentato a pieno l'alternativa. 

Per cui la domanda della giustizia etico/sociale del b.i si trasforma, a conti fatti, nella misurazione del quoziente individuale di misantropia. Che è quasi sempre molto alto. O per meglio dire, equivale a rispondere alla domanda: quanto se lo meriterebbero gli altri?

Praticamente solo chi ha finanziato con successo il proprio gioco di carte sui nazisti come ragazzine anime o la cura del proprio tumore con una campagna di kickstarter ha un'alta opinione dell'umanità. Loro e i preti. Forse. Al punto che il paradosso di tutti che pensano male di tutti gli altri fa sì che, se pensare male delle persone ti rende una brutta persona, questo si auto-avveri.

Il che non significa che siamo tutti ugualmente male, ovvio, quanto piuttosto che il b.i., per ciascuno di noi, sarebbe giusto solo per noi stessi e i pochi amici nostri. Il che di nuovo porta al paradosso che se siamo tutti a pensarla così, individualmente lo reputiamo tutti quasi assolutamente sbagliato (con quel quasi fatto da i sopracitati) ma di fatto collettivamente lo reputiamo assolutamente giusto.

Il problema principale del b.i., di nuovo, nella nostra percezione, è il suo cozzare con l'idea ineluttabile che ci viene ripetuta fin dall'infanzia da tutti i tipi di autorità, costantemente, che nulla sia gratuito. Figuriamoci uno stipendio. (alla massima di sopra qualcuno ha aggiunto che di fatto di gratuito c'è la vita, e che si paga con la morte).

Ma non è questo forse il suo limite filosofico/sociale. Forse è quello di creare due tipi diversi di lavoro.

Sono un gran sostenitore, per inattuale che sia, della definizione data da Smith. Il lavoro e il suo prodotto - cioè la moneta - sono espressione della capacità del soggetto di comandare il lavoro altrui. C'è qualcosa di squisitamente illuministico e umano nell'idea insista della collaborazione. Ciascuno, con il proprio lavoro, consiste essenzialmente agli altri di svolgere il proprio. Il lavoro di ognuno contribuisce a dare senso, in questo modo, alla passione degli altri, e tanti più sono i lavoratori, tanto più una comunità può dare libero spazio alle volontà più diverse di esprimersi. Che è più o meno come funzionano realmente le cose.  

Il b.i. crea un buco essenziale in questo. Vale a dire che se è molto chiaro come un lavoro permetta di ordinare altro lavoro (io ho faticato per fare questo e in virtù della mia fatica posso chiedere di faticare a te) la giustificazione viene molto meno quando la moneta che si sta utilizzando è stata creata artificialmente. Una delle due parti coinvolte nello scambio sta mettendo qualcosa di diverso - qualcosa di meno.

Non è irrealistico pensare che l'introduzione del b.i. creerebbe una sorta di sdoppiamento nel denaro, dove chi ha compiuto sforzi per guadagnarlo non accetterebbe mai che venga paragonato a quello ottenuto senza fatica, chiedendone la svalutazione. E la svalutazione continuerebbe fino a che garantire quello standard di vita minimo non sarebbe più possibile, e tutto il senso di avere un b.i. scomparirebbe con esso.

Quindi forse il problema del b.i. non è tanto esso stesso, quanto il modo in cui è stato pensato.

Come si è detto, la mensilità è una soluzione molto pratica. È veramente pratica, perché non necessità di alcuna modifica al sistema economico preesistente. Ma non è necessariamente l'unica.

C'è un'alternativa capace di fornire gli stessi beni e servizi della mensilità, senza dover coinvolgere in alcun modo il denaro.

E che è capace di non turbare, allo stesso tempo, quelli che continuerebbero a lavorare.

E questa soluzione è semplicemente quella di applic